ALLA CORTE DEGLI SFORZA

 

Lunedì, il sole brilla di una luce intensa e l’aria è catturata da una miscela d’asoli fievoli e frizzanti, si percepisce dattorno la sensazione di una verità oscura, sagace, vicina eppur celata, lo spirito di una città che freme dalla volontà di parlare di sé. Accade tutto quasi per magia, espressione di vie, palazzi, chiese,  incanto creato da un’entità antropomorfica, improvvisamente corpo di un’anima viva. Sento la necessità di cercare un rifugio quasi che tanta intensità sia il prodotto di una tempesta, un tornado da cui un’essenza mortale ricerca il riparo. Ma dove posso fuggire al volere di questa città nel richiamare il suo passato? Ecco che mi ritrovo a due passi dal genio di Leonardo, il Cenacolo… ma non è proprio qui che batte il cuore di Milano? Oh quale magica strenna! Il rifugio è perciò proprio il suo centro vitale, ove ogni cosa confluisce, dove la voce narra… nella Basilica di Santa Maria delle Grazie, il nome degli Sforza, nella Sagrestia del Bramante.

Davvero un magico contesto.  Il moderno e l’antico s’incontrano nelle parole del dott. Claudio De Albertis, Presidente Assimpredil, in prossimità dell’Expo e con la volontà di richiamare in questo lasso di tempo l’anima di Milano, la sua storia i suoi eroi e tutto ciò che sia confluito nell’eredità di Ludovico Maria Sforza.

Dopo una precisa disamina storica da parte della dottoressa Giuliana Fantoni, il palcoscenico è catturato da uno dei protagonisti della docu-fiction realizzata recentemente da Andrea Fantasia “Leonardo, l’expo e le acque di Milano” parlo del professor Empio Malara, mi viene da dire quasi quanto il leggendario guardiano del tempio di Kafka, qui unico custode dei segreti dei Navigli…

Eppure la prima rivelazione che ci offre il Malara è ahimè una piccola delusione per il mio spirito, l’importanza materiale, propriamente contabile, rifacendosi alle necessità dei nostri giorni e spiegandoci quanti ducati potevano valere quei lunghi percorsi d’acqua. Del resto convertire arte in materia, non è a suo modo una sintesi consequenziale del genio di Leonardo? Oppure faranno notare alcuni di voi, la semplice necessità pratica che di generazione in generazione si è sempre rivelata in ogni individuo… E d’altra parte bisognava soddisfare per tempo i palati della prestigiosa corte che in molte occasioni pretese la frettolosa realizzazione delle mirabili opere. Eppure quasi in contrappunto alla fredda valenza di dazi e oro, ecco comparire il primo magico foglio di Leonardo, tratto dal Codice Atlantico e raffigurante la mitologica eppur viva realtà della Conca della Fabbrica lì disegnata prima della sua costruzione. Rieccoci nei magici binari… ma la mente del nostro dottore sembra davvero seguire le impronte di quella leggenda rinascimentale, artistica già ma anche e soprattutto scientifica. Così con flemmatica e doverosa puntualità ecco rammentare che le conche vennero poi create non dal Leonardo ma da Aristotele Fioravanti esperto soprattutto nelle opere idrauliche difensive tanto care agli Sforza. E altrettanto celermente puntualizzando tra noi che per le ingegnose opere la sola manutenzione avrebbe comunque richiesto sacrifici, costi, la via dei marmi per Candoglia, il laghetto di Santo Stefano, o ancora la nostra conca di Viarenna…  Allora un appunto va fatto, è dunque questa la distanza che separa il passato dal presente? Davvero era possibile unire la ragione al sentimento, la razionalità alla fantasia? E che dire del nostro mito? La sua arte pittorica stava ancora confrontandosi forse scontrandosi con una nuova dimensione tecnica questa volta chiamata idraulica….  Ma scusate, ancora, si può davvero entrare in così tanti universi in una sola vita? Quest’ultima domanda ha qualcosa di profetico che verrà rivelato solo alla fine, intanto il nostro Malara paventa uno sguardo sornione quasi avesse colto l’arcano sigillo delle mie questioni è così volesse tenerle celate giusto per pregustare meglio il banchetto. Certo non si trattava di scontro ma di unione, il punto è che nella figura del Leonardo legata ai Navigli non c’era soltanto un’arida tecnica, ma una misteriosa meraviglia che Andrea Fantasia avrebbe voluto ancor più accentuare. Viene così esposta la planimetria della Città ideale, immenso piano infrastrutturale eppoi il richiamo ai nostri giorni con la prospettiva di riunire il tratto della Martesana fino alla conca delle Gabelle, ancor più antica della conca di Viarenna e questa sì propria del Leonardo anche nella realizzazione, tanto che lo spirito del Malara finalmente si accende e si alimenta del desiderio attuale di restaurare e valorizzare l’opera magistrale.

Il momento si vivifica, è il turno dell’Ordinario d’Architettura del Politecnico, dottor Luciano Patetta, a scaldare i cuori della platea. Il tono pare più sobrio ma certo non meno appassionato. La corte si ravviva di un altro illustre personaggio: Donato di Pascuccio di Antonio, detto il Bramante. L’affresco che ci dona il professore è davvero emozionante, incomincia con la ricostruzione della Chiesa di Santa Maria presso S. Satiro a navata unica e cappelline su ogni lato, la Sagrestia e il finto coro prospettico tanto ammirato dallo Sforza dove il Bramante fece valere il suo indubbio talento pittorico; procede con l’abside di S. Maria della Grazie e continua con i chiostri della Canonica (su un lato bombardati nel 43 e poi rifatti)  là dove oggi è la sede della nostra illustre università La Cattolica.

         In quegli stessi anni Ludovico il Moro chiamava alla corte proprio il Leonardo per commissionargli la Vergine delle Rocce e il Cenacolo, il dott. Alberto Artioli racconta un aneddoto attorno a quest’ultima celebre opera, sollecitata nei tempi prescritti proprio grazie alla spinta vigorosa dello Sforza.

         Patetta completa il suo affresco ponendo sulla scena altri importanti protagonisti, architetti come l’Amadeo, il Dolcebuono e Francesco di Giorgio chiamati a valorizzare il fantastico quadro della Milano negli ultimi anni del 400.

Abbiamo così un universo rinascimentale per alcuni aspetti non dissimile dai giorni nostri, veri e propri concorsi vengono posti per altrettanti ingegnosi autori. Allora vi era il Duomo quale materna fucina, strenuo laboratorio, oggi c’è lo sfondo dell’Expo e l’idea forse di una nuova Berlino. Quell’amabile differenza che invece certamente manca ce la pone nel suo ultimo intervento Carlo Fiore docente di storia della musica assai lieto di poter dare il proprio contributo in una serata per nulla monocorde ma anzi viva di molteplici mondi, infinite vite, fatta di pittura, arte, architettura, mera tecnica o scienza, infine musica. Di un insieme di artisti che così mettevano insieme il loro dono rinascimentale, il vero spirito contrapposto alla materia. La facoltà insomma di non avere un mestiere ma anzitutto una vita, e di poter vivere per ogni mestiere.

 

 

 

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