Il paesaggista

               

Nel profondo mutamento che coinvolge la città moderna e che ormai sempre più spesso la pone ad un forte rischio di degrado, è sempre più arduo e complesso trovare la giusta via che possa conciliare una nuova bellezza architettonica con le necessità urbane, storiche o ambientali e soprattutto intesa a rispettare, non ledere, gli interessi delle varie parti. Un vero e proprio puzzle che la città di Milano sta tentando di comporre istituendo tra l’altro negli ultimi mesi una Commissione del Paesaggio in sostituzione della vecchia Commissione Edilizia.

Va comunque sottolineato che i problemi più difficili, per non parlare di quello forse insormontabile quale realizzare “un’estetica” in mezzo a tanti vincoli e barriere, hanno però un grande, grandissimo pregio, ovvero quello di mettere al confronto certe “menti”, esperti in ogni campo alla ricerca di un canale nell’aspro e brado terreno delle molteplici utilità.

Ci tengo a precisare che, come è ovvio, la soluzione ovvero codesto canale, non vale quanto la ricerca della soluzione medesima o della ricerca del canale in sé, dell’incontro e il confronto dinanzi ad un tema così importante e difficile che vive di un proprio intrinseco valore e che pone questo momento come elevato e ricco di significati al di là del raggiungimento dello stesso obiettivo giacché proprio in tal genere di confronto vi è il primo fondamentale obiettivo! Gli architetti, i professionisti intervenuti, la gente in ascolto, lo stesso Claudio De Albertis presidente Assimpredil e promotore dell’iniziativa, è chiaro che ognuno di loro coltiva interiormente una propria idea della città, una propria bellezza che vive d’entità propria e capace di crescere, concretizzarsi attraverso il semplice, metempirico, relazionarsi. E questa miccia può secondo il mio personale giudizio contare alla fine più dell’aspirato fuoco, purché, ebbene, nella sua essenza non osi spegnersi…

Pierluigi Nicolin promuove in principio una concezione innovativa e sostanzialmente impeccabile sul piano teorico, quella cioè di rimettersi al valore del progetto in sé, incatenandosi perciò all’unicità dei principi e delle idee e liberandosi altresì della tempesta inattuabile e oltremodo vieta delle regole, della burocrazia ma soprattutto dei preconcetti architettonici. Ogni offerta progettuale può vivere di luce propria ed essere all’altezza delle aspirazioni se in questa direzione c’è una concentrazione di volontà, volontà di fare le città anzitutto, nel labirinto dei molteplici bisogni, tra spazi pubblici, edifici singoli, e complessi storici già affermati. E questo in un’era dove l’operatore sceglie l’architetto come un altolocato promuove il proprio chef!

La logica del Nicolin è senza dubbio illuminante dal momento che non garantisce una soluzione universale al problema ma propone verità legate al contesto e quindi stabilendo di volta in volta la bontà o l’inattuabilità di certe regole. Se mi è consentito il paragone, che mi illumina il cuore nella sua sacrosanta certezza, è la stessa cosa che avviene negli scacchi se nei secoli i maestri di questo nobile gioco si sono arrovellati nel realizzare alcuni assiomi di saggia strategia con valore perciò  universale. Ma ogni posizione ha una storia a sé e talvolta alcuni principi generalmente corretti non trovano spazio, lì vincono invece le eccezioni. Così allo stesso modo ogni progetto che tendenzialmente è fedele ad alcuni principi di carattere generale può invece svincolarsi a suddette basi teoriche in nome di un nuovo contesto, una nuova posizione dove ogni dogma deve essere rivisto e ridiscusso, dev’essere anzitutto rivalutato nel suo significato di dogma.

Tuttavia nella similitudine a me cara tra gli scacchi e l’architettura c’è qualcosa di obiettivamente inappropriato perché se i primi vivono in una realtà astratta e quindi slegata alle necessità di trovare risposte per la vita pratica, la seconda invece con la vita pratica ha sistematicamente a che fare e non può essere slegata a certa concretezza. A Claudio De Albertis che presiede l’assemblea questo particolare non sfugge così nasce la prima importante obiezione sul tema della progettualità e cioè come le necessità di risposte concrete si scontra con la logica idealista del Nicolin. Ad esempio intorno alle norme morfologiche sul pgt con un impatto enorme (NAF) laddove l’imposizione di vincolo è necessaria. Forse compare la prima falla di questo promettente dibattito ovvero l’infruttuosa ma eterna unione tra conoscenza, capacità  e pure, ahimé, orgoglio. Il N. risponde alla saggia critica di D. A. con un “siamo disinteressati alle norme” perché i progetti arrivano già vagliati e legali. Eppoi rivelando il proprio sé idealista… “Il progetto!”… “Sono, siamo,  tutto per il progetto!”

A causa forse dell’orgoglio e di una certa supponenza dalla sponda mentis, il clima si acquieta, così quando il dottor Castelli, designer e teorico del design identifica il problema nello spazio urbano quale elemento di degrado a Milano, il suo punto di vista basato su un obiettivo metaprogettuale in contrasto con i troppi disomogenei interessi non riscuote critiche. La ricetta del Castelli si basa su una risoluzione delle ‘urgenze’ in ambito estetico ma sempre attraverso una visione sistemica. La logica appare in alcuni frangenti fortemente antiambientalista. Le numerose piste: pedonali, ciclabili, tramviarie, vengono viste come un’ossessione schizofrenica della società attuale come i filari di alberi tra le vie della città, un caso unico che sacrificherebbe l’ambita bellezza.

In sintonia con questo pensiero anche il punto di vista del professore di storia dell’architettura Aldo Castellano il quale dopo un’accurata disamina storica della città, stabilisce un principio di divergenza diacronica nello sviluppo in altezza del nostro paesaggio. Grazie insomma, ai grattacieli e alle numerose panoramiche aeree la città vive oggi di una sua caratura estetica anche attraverso la prospettiva dall’alto. Impossibile per i nostri avi, certo, ma non per noi. Dico in sintonia con il pensiero del Castelli perché anche qui la logica antiambientalista vede come un incubo la teoria dei ‘squallidi’ pannelli solari e boccia una logica basata sulle energie alternative in virtù delle meraviglie del paesaggio. S’intuisce da queste opinioni la difficoltà di conciliare i vari interessi filosofici e idee delle infinite parti. Del resto lo stesso Castellano ammette che la modernità fatica ad essere accolta nella città e rammenta il pensiero di Le Corbusier di lasciare intatta la città quale museo e costruirne accanto un’altra in grado di accogliere il nuovo spazio urbano. Bisogna ammettere che indipendentemente dall’opinione personale, qualora l’obiettivo fosse indistintamente l’estetica del paesaggio, la sua realizzazione sarebbe davvero ardua. Franco Raggi professore di architettura a Firenze ammette che la qualità è spesso piegata all’utile e pone l’accento ad esempio sul disastro ambientale per la legge sui sottotetti. Accade che l’economia o la politica prevalgano sull’architettura e sempre più arduo è realizzare un disegno dove la città possa equivalere al paradiso mirifico bramato da tutti e che tanto spesso nella storia si soleva realizzare.

Insomma come giustamente sottolinea il Raggi a coronamento di una logica condivisa in questa serata d’inverno, la modernità pare infaustamente destinata a vivere nel contesto delle città quale trauma invasivo in pieno contrasto con la magia dei nostri centri storici.

La metamorfosi della Commissione Edilizia in Commissione del Paesaggio è la naturale conseguenza di questa esigenza interiore che fatalmente trapela dalle anime coinvolte di questi illustri signori. Vogliamo il paesaggista! è il grido finale di questo intenso dibattito, una nuova professione votata a risolvere i degradi del nostro impero consumista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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