LA BELLA E LA BESTIA
16 Settembre 2008. In questa data si verifica un avvenimento presumibilmente importante (pensiero soggettivo) a cui però la stampa (dato oggettivo) ha dedicato poco spazio, e in quello spazio riuscendo persino a falsificare l’avvenimento medesimo.
Eccoci in pieno centro a Milano in Galleria Vittorio Emanuele, nella magica cornice dell’Ottagono, nel mezzo sollevarsi una voce o se vogliamo un grido, a tratti profondo, certamente esiziale, per tutti noi o per quelli che come noi in questa società iperconsumistica non sono ancora diventati bestie o macchine, oppure entrambe. Si parla di umani tracolli già, e il titolo? Eccolo qua: “Ricomporre la catastrofe.”
Immediatamente si pongono alla mente i più svariati argomenti, economia, ambiente, socialità… La ragione di questo cataclismatico preludio ha però un motivo apparentemente più sobrio, e la sua materia è giustappiù quella architettonica.
Ma agli occhi delle non bestie/non macchine la questione è di assai più spiccata rilevanza e il tema in sé prelude a innate contese, forti domande che si annidano nell’animo e che fanno parte di noi tutti. Si parla infatti di periferie degradate, di sfaceli e di come ovviare ai mille orrori che ci circondano. Sono i nostri occhi che lo domandano già, e immantinente, il nostro cuore. Ma perché, domanda, perché questa involuzione?
Ci giriamo e vediamo il centro storico, ci accorgiamo di come costruivano i nostri avi. Quella è la parte incantevole della città senza dubbio, è lì che dirigiamo i nostri passi se vogliamo vivere il bello. Invece, man mano che ci allontaniamo dal centro, la città appassisce, diviene irriconoscibile, procura fastidio e timori, ingenera degrado e delinquenza. Un fatto cinicamente curioso sì, ovviamente le città ingrandiscono e man mano allungando il loro diametro. Eppure su questo raggio diacronico che va dal centro alla periferia l’uomo sembra quasi intendere peggiorarsi, giorno dopo giorno e anno dopo anno, fino a sputtanare sé e i suoi simili… ma in nome di cosa per Dio?
Philppe Daverio stabilisce un criterio e un periodo. In principio pensa ad un arco di cento anni ma poi deve mestamente rimettersi agli ultimi cinquanta nei quali l’azione scellerata dell’uomo sembra non aver avuto compromessi. Ogni tragedia che si rispetti non può difettare però di una speranza e in quella parola, “ricomporre” è contenuta e sintetizzata la magia che per autorevoli ospiti è quasi compito di tramutare in realtà. Già, quasi quanto chiedere ad un chirurgo di salvare un cancro da mille metastasi.
Si tratta, va detto, di due grandi dei nostri giorni ma con lo stesso spirito di quei principi d’altre ere, nobili e puri che vivono appassionatamente ( nonché con una spiccata morale ) l’incedere dei propri tempi. Gli architetti Mario Botta e Massimiliano Fuksas si dimostrano all’altezza della situazione ed elargiscono parole e concetti carichi d’oro. Non posso fare a meno di notare però come queste loro considerazioni alla fine fossero segnate da una vena di malinconia quasi di rassegnazione.
Parco e realista a due passi dalla Scala da lui finemente abbellita e curata, l’architetto Mario Botta sviluppa una considerazione tutto sommato modesta, partendo dal principio di come non sia possibile salvare (o ricomporre) l’impossibile ma di come viceversa sia attuabile e doveroso limitare la cosiddetta catastrofe attraverso una serie di correzioni e richiami. Anzitutto, come con molta eleganza gli riesce di chiarire nel suo primo intervento, è prima di tutto l’uomo che deve imparare ad ‘abitare’ non più concependo l’abitato come una struttura per un singolo ma, e del resto è intrinseco nella parola stessa, concependolo come una parte del tutto e perciò lasciando intendere la necessità del convivere prima ancora di quella del vivere. In qualsiasi quartiere ciò è un buon antidoto per evitare che il male propaghi. D’altra parte in via successiva egli spiega come si possa operare sugli spazi residui, ogni spazio residuo è infatti un’occasione per ridimensionare il male circostante a condizione però che vi sia un forte progetto d’insieme e naturalmente la cura del particolare, a questo proposito egli tira in ballo l’esempio per antonomasia, l’angolo di una casa che per Ludwig Mies Van der Rohe significava molto oppure tutto. Quell’angolo doveva ovviamente inserirsi nel contesto della città doveva risultare semplicemente perfetto, una vita intera acciocché venisse realizzato. Ancora Botta, dimostrando perciò intenzioni fortemente costruttive dichiara, in riferimento alla sua esperienza a Shangay, che anche l’esistenza dei vincoli non è necessariamente un male e può cambiare le cose in meglio, un architetto può infatti adeguarsi a determinati paletti se questi aiutano nella conservazione del territorio, eventualmente appoggiando elementi storici o culturali propri dello spazio su cui si opera.
Occorre tuttavia segnalare che le soluzioni del Botta sono principalmente proiettate nel futuro, interagiscono con ciò che sarà ma possono poco o nulla su ciò che è stato… Egli stesso quando parla di periferie ‘destinate a migliorare’ non può che affidarsi ad una fatua e marginale cura del tempo che vedrà le medesime acquisire senso storico con il passare degli anni e chissà prestigio e interesse.
Insomma volente o nolente quest’illustre architetto non ci salverà dall’obbrobrio dell’ultimo mezzo secolo e chi allora potrà rincuorare i nostri animi ansiosi?
Fuksas vorrebbe fare qualcosa, vorrebbe intervenire. Forse a malincuore annuncia: “ No, non sono un Caterpillar” Però lo spirito a mio avviso è quello giusto: attraverso una fantastica girandola di esempi internazionali e nostrani egli aggredisce il maledetto principio della megalopoli, pezzi di città costruiti in serie e con la stessa malcelata, campionata produzione delle fabbriche. Centri commerciali, cantieri, grattacieli, ammassi immobiliari senza respiro. Se poi per caso viene circondata la villa del Palladio da questa immondizia forse è il caso di togliere la villa del Palladio per non guastarne la monocromia. Risata generale. Risata amara dico io che al contempo esultavo nel sentire qualcuno gridare con la mia stessa voce allo scempio del Veneto. 50 anni? Io dico non più di dieci, un tempo paradiso immerso nel verde oggi l’ombra di un paradiso venduto e perduto. Accanto a questo Roma, Napoli, Palermo, Parigi, Madrid eppoi Milano. Ma qui in Italia è proprio impossibile rattoppare alcunché, l’anomalia infatti deriva dall’estrema percentuale di singoli proprietari immobiliari. Cambiamenti su vasta scala sono pertanto impossibili se si vuole mettere d’accordo la pletora di proprietari. Eppure… Eppure quella scala diacronica a cui facevo riferimento prima non è necessariamente vera, per quanto possa sembrare paradossale, per quanto possa apparire ridicolo, ebbene l’uomo non è necessariamente destinato a peggiorarsi nel corso del tempo. Così Fuksas grida, Berlino! È lì dove i giovani vogliono vivere, dove i prezzi delle case sono accessibili, dove l’uomo costruisce cercando di migliorarsi, dove possiamo vedere e vivere il paradiso moderno.
Magia che liberava dal palco a una non meno rispettabile platea, altri paladini fremevano infatti nell’esprimere il proprio io. Ahimè, il tempo tiranno concesse lo spazio soltanto alla replica dell’illustre architetto, Marco Romano. Severa critica la sua, alla logica ‘temporale’ e ‘spaziale’ di periferia e città diffusa. Il problema di come arricchire gli spazi ai confini delle città che ha difatti radici scavate nella storia, e il raccapriccio dei prefabbricati in serie che può cogliersi non meno nei centri di provincia. Laddove l’anima dei puri aspira al primato dell’intelletto e invece incontra… si scontra… con l’incubo delle mostruose logiche materiali.
Ebbene caro Philippe Daverio tu che cerchi la boiseries in legno di rosa tu che vuoi la libreria Bocca al posto del solito negozio di scarpe, fuggi da questo Paese o piccolo paese consumista, un tempo Bella signora oggi soltanto Bestia schiava del capriccio.